Ho sempre avuto un tono giudicante verso i rapporti a intermittenza.
Dare a una persona solo il 10% di quello che potresti dare,
non perché non lo meriti,
ma per non aprirti oltre.
O perché non sei pronta ad aprirti,
per paura di rimanerci di nuovo male.
Cosa significa davvero?
Condividere le giornate, i pensieri,
ma mai ciò che ti succede veramente.
Essere trasparenti in superficie,
ma non in profondità.
Vederla e, allo stesso tempo, costruire muri.
Alti come grattacieli.
Per non scavalcare quel varco che ti sei creata nel tempo,
che custodisci come qualcosa di prezioso
e che proprio per questo ti fa paura.
A quale scopo?
Tenerla lì, appesa a un filo che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro.
Nel limbo dei pensieri negativi, delle paure più fragili.
Tenerla nei pensieri, portarla dentro le tue giornate,
idealizzarla per ciò che è —
o per ciò che forse non è mai stata.
Solo per non rimanere soli?
Solo per avere qualcuno che occupi la mente?
Questa è autoprotezione travestita da legame.
È stare a metà.
Non perché non si senta nulla,
ma perché si sente troppo
e il prezzo sembra sempre troppo alto da pagare.
Condividere tutto, tranne il dolore,
è un modo per dire:
“resta, ma non entrare.”
È una trasparenza controllata, dosata,
per non consegnare all’altro
ciò che un tempo è stato ferito.
Quei muri altissimi non servono a tenere fuori l’altra persona.
Servono a proteggere una parte di me
che una volta è crollata.
Ma la verità è una sola:
quanto mi costa proteggermi così?
Perché mentre mi proteggo,
qualcuno resta in attesa
di una verità che non so dare.
Intermittenza
non è assenza.
È esserci a metà.
È sentire, ma trattenere.
È restare senza scegliere.
E mentre sembra protezione,
lascia qualcuno in attesa
di una luce che si accende e si spegne
senza mai diventare casa.

Lascia un commento