Una parola.
Una sola, ma con una quantità di significati addosso.
Trauma.
È così che rimbomba nella mia testa.
A volte vorrei poterti scrivere per dirti che questa parola mi vive addosso.
Vorrei solo che capissi che il modo in cui ci si comporta può cambiare per sempre una persona.
Vorrei poterti dire che qualcosa mi hai lasciato:
piccole parti di sofferenza,
autostima persa,
umiliazione,
dignità spezzata,
malinconia.
Quella che sono oggi è anche il dolore che mi sono portata dietro per troppo tempo.
Vorrei poterti dire che non me lo meritavo.
Vorrei poterti dire tante cose.
Non per tornare insieme.
Non per riaprire un ricordo.
Non per avere risposte.
Solo per liberarmi di questa parola.
E invece ti sei preso uno spazio nella mia mente,
dedicato solo ed esclusivamente a te.
Non l’ho mai fatto.
Non ti ho mai scritto, non ti ho mai cercato.
Ti cercavo in mezzo alle persone,
nei locali,
sulla spiaggia.
Ti cercavo nelle canzoni, nei profumi, nei ricordi.
Non l’ho mai fatto non perché non volessi,
ma per non affidarti anche il mio dolore.
Per tenermi l’ultima cosa che mi hai lasciato, custodita solo per me.
Avrei voluto scriverti nei miei momenti migliori,
solo per dirti che ero riuscita ad arrivare a quegli obiettivi che sembravano lontani.
Solo per dirti che potevo farcela anche senza di te.
A volte avrei voluto scrivere a mio padre,
per ricordargli che una figlia c’è.
Volevo dirgli che grazie a lui oggi sono così.
Che grazie a lui ho capito cosa significa soffrire per amore.
Che non credo più nelle promesse.
Che il bene non si dimostra “a modo proprio”.
Che ognuno di noi ha dentro una ferita lasciata da qualcuno.
Il modo in cui mi sono sempre sentita ha reso il mio percorso più duro.
E sì, me lo meritavo un po’ del suo amore.
Me la meritavo la sua presenza.
Trauma.
Una parola sofferta.
Una parola amara, che mi lascia l’angoscia addosso.
Trauma è una stanza chiusa nella mente.
È l’eco di qualcuno che c’è stato male,
o troppo poco.
È il dolore di vedere una madre distrutta,
una sorella spaventata.
È la somma delle parole non dette per timore,
delle azioni non fatte per mancanza di fiducia.
Ma trauma, per me, non è solo ciò che è successo.
Non è l’evento, non è il ricordo preciso.
Trauma è ciò che resta quando nessuno resta.
È l’assenza che educa.
È imparare troppo presto a non credere alle promesse,
a stare in piedi da sola,
a diventare forte per necessità e non per scelta.
È portarsi addosso ferite che non sanguinano,
ma che cambiano il modo in cui ami,
in cui ti fidi,
in cui guardi il futuro.
È una stanza che non ho mai consegnato a chi mi ha ferita.
Un dolore che ho tenuto per me,
per non affidarlo a chi non aveva saputo custodirmi.
Trauma è anche un’eredità emotiva.
È il riflesso di una sofferenza che non nasce solo da me,
ma che attraversa i legami,
le famiglie,
le generazioni.
E forse oggi trauma non è più solo una stanza chiusa.
Forse è un luogo che posso guardare senza abbassare gli occhi.
Non perché non faccia più male,
ma perché ora so che non coincide con chi sono.

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