Imparare a cavarsela da soli non è mai una scelta facile. A volte lotti continuamente con quella paura del vuoto che senti sulla pelle, che ti attraversa lentamente fino a circondarti completamente, in un buio disarmante.
Eppure trovi la forza di fare ogni giorno le cose più banali: rifare il letto la mattina, cucinare un pranzo, o semplicemente darti delle regole fondamentali per la tua sopravvivenza.
E allora diventi un robot, con un senso di responsabilità in più e un bisogno quasi maniacale di precisione.
Tutto deve essere perfettamente in ordine, tutto perfettamente pulito. È così che la testa lo impone, ed è così che lo trasformi in realtà.
Cavarsela da soli significa anche non avere nessuno su cui contare. E impari lentamente a non chiedere mai, a non essere un peso per nessuno, pur di non mostrare quel lato fragile agli occhi degli altri.
Cavarsela da soli è anche questo: stare male in silenzio, sacrificare la propria vita intorno al lavoro pur di avere un minimo di serenità, rinunciando ai propri anni migliori, a possibilità che in passato hai perso.
Eppure, cavarsela da soli è anche altro. È diventare la propria forza migliore. Forse, la propria vittoria più silenziosa.
E poi, a un certo punto, ti accorgi che non sai più bene quando hai smesso di chiedere aiuto. Non ricordi il momento esatto in cui il silenzio è diventato più facile delle parole.
Ti sei abituato a tutto: alla stanchezza, alla solitudine, al peso delle giornate che sembrano tutte uguali. Eppure vai avanti, come se fermarti non fosse mai un’opzione possibile.
Cerchi di lasciare tracce di te in ogni modo possibile, mentre la tua testa continua a viaggiare, creando e facendo emergere parti di te che hanno bisogno di essere viste, ascoltate.
Ti soffermi nei dettagli che nessuno nota: i musicisti in sottofondo di una canzone che ascolti, le farfalle che volano in un prato appena nato, il vento che ti scompiglia i capelli, l’odore del mare, i tramonti, l’odore delle pagine di un libro. Piccoli momenti che riempiono vuoti, che costruiscono mondi alternativi e ti portano a viaggiare in un’onda di sicurezza e libertà.
E in quei momenti sembra quasi di respirare meglio. Come se la vita, per un attimo, non fosse solo resistenza ma anche presenza.
E forse è lì che inizi a capire qualcosa di nuovo. Che non sei fatto solo per sopravvivere. Che dentro tutta quella forza silenziosa c’è anche il bisogno di essere visto davvero, senza doverti nascondere dietro l’ordine, il controllo, la perfezione.
Perché anche chi ha imparato a cavarsela da solo non dovrebbe dimenticare come si fa a sentirsi al sicuro tra le braccia di qualcuno.
E piano piano, senza fretta, inizi a immaginare che forse non è debolezza voler condividere il peso. Forse è solo un altro modo di essere umani.

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