Mi sono sempre chiesta come funzionasse l’algoritmo dell’amore.
Quali regole seguisse.
Come potesse scegliere chi resta e chi viene lasciato indietro.
Come una persona possa cancellare tutto in uno spazio così breve e ricominciare come se nulla fosse mai successo.
Io, invece, ho sempre fatto una gran fatica a lasciare andare.
Le persone che amavo.
Gli oggetti a cui tenevo.
I libri che lasciavano un’impronta troppo profonda per essere dimenticata.
Lasciare andare, per me, non è mai stato un gesto semplice. Non è mai stato un momento preciso. È sempre stato un processo lento, quasi invisibile, che continuava a vivere dentro di me anche quando fuori tutto sembrava finito.
Poi, in un tempo indefinito, ho iniziato a osservare gli altri.
Li guardavo buttare via ogni parte di sé.
Eliminare dalla propria vita ciò che erano diventati grazie a qualcuno.
Come se fosse possibile tornare alla versione precedente di sé stessi.
Come se l’amore non lasciasse tracce.
Ma io le tracce le vedevo ovunque.
Nei silenzi.
Nelle assenze.
Nei pezzi sparsi e sofferti di ciò che eravamo e di ciò che, inevitabilmente, siamo diventati.
Perché la verità è che non si lascia andare una persona.
Si impara, lentamente, a convivere con la sua assenza.
Ed è proprio lì che mi sono chiesta: quale versione di noi stessi stiamo lasciando andare?
Ho combattuto contro me stessa per lasciare andare una parte della mia vita così sofferta. Ho cercato di non portarla nelle mie giornate, nei miei discorsi, nella mia scrittura. Ho provato a liberarmene in ogni modo possibile. E per un momento, un solo momento, ho creduto di esserci riuscita.
Pensavo che fosse rimasto solo un ricordo lontano, sbiadito.
Ma poi ho capito la verità.
Faceva parte di me.
Lui era in quello che dicevo.
In quello che facevo.
Era una versione di me, intrecciata indissolubilmente con quella che eravamo insieme.
Mi sono resa conto che, in ogni occasione, lui mi accompagnava.
In ogni mia decisione, anche in silenzio, lui aveva ancora l’ultima parola.
Anche se distanti.
Anche se assenti.
Anche se adesso non ci parliamo più.
Perché lasciare andare una persona equivale a lasciare andare una parte di te stessa che è esistita solo con quella persona.
Ed è qui, proprio in questo pensiero, che qualche lacrima scende.
Non per mancanza.
Ma per la malinconia di ciò che è stato e che, in qualche forma, non se ne andrà mai davvero.
I confronti arrivano senza chiedere permesso.
Le differenze si insinuano in ogni nuova persona che incontri.
E ti ricordano, inevitabilmente, tutto ciò che loro non sono.
Tutto ciò che non potranno mai essere.
Perché alcune persone non restano nella tua vita.
Restano in te.
Anche se la vita va avanti, anche se il tempo scorre.
Lasciare andare dovrebbe essere questo:
avere la forza di mettere un punto,
anche quando dentro di te la frase non è ancora finita.
Perché lasciare andare non significa dimenticare.
Significa accettare che esiste una versione di te che appartiene al passato,
e avere il coraggio di non tornarci più.
Ma alcune parti non chiedono il permesso di restare.
Restano e basta.
In silenzio.
Come una cicatrice che non fa più male,
ma che continua a raccontare chi sei stata.
E forse lasciare andare non è mai stato dimenticare.
È stato imparare a guardare quella cicatrice senza desiderare di tornare indietro.
Perché alcune persone non le perdi il giorno in cui se ne vanno.
Le perdi il giorno in cui smetti di aspettarle.
Io, quel giorno, non l’ho dimenticato.
Era il 17.

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