Quando intrapresi la mia seconda relazione, lasciarmi travolgere da quell’amore folle fu facilissimo.
Avevo perso il totale controllo di me stessa, tanto che il mio unico pensiero era solo lui.
Per un periodo le nostre vite combaciavano a pennello: avevamo le stesse passioni, frequentavamo gli stessi posti, condividevamo gli stessi pensieri e le stesse emozioni. Eravamo due persone in un unico corpo.
Io ero un libro aperto.
Lui, un puzzle complicato.
Poi arrivarono le attese.
I tira e molla.
I “mi manchi” urlati tra le lacrime.
I “non ti voglio più” detti senza crederci davvero.
Arrivarono le sue indecisioni, la confusione costante in ogni gesto, in ogni parola.
Io arrivai stremata, convinta che quell’amore così forte potesse reggere da entrambe le parti. E invece rimasi ferma lì, esattamente dove mi aveva lasciata.
Ed è proprio lì, nel mio punto morto, che io non c’ero più.
Non avevo più nulla. Il pavimento sotto ai miei piedi era crollato, fino a quando mi ritrovai a combattere con la realtà dei fatti.
Smisi di mangiare, di dormire, di frequentare le persone accanto a me.
L’ansia era ingestibile, la depressione si stava prendendo il posto migliore e l’anoressia aveva quasi vinto.
I miei 40 kg sulla bilancia mi guardavano ridendo, come a prendermi in giro per essermi ridotta così per una delusione d’amore.
Il giorno in cui mi resi conto di essere dipendente da lui, di essere caduta in quei tranelli in cui avevo sempre detto che non sarei mai finita, mi mancò il fiato. Come se mi avessero tolto l’aria per respirare.
Poi arrivò un calo di pressione importante.
E due sberle metaforiche dalla mia terapista.
I miei occhi si aprirono.
E davanti allo specchio vidi una me consumata, deperita, umiliata.
La stessa me che emanava luce e aiutava chiunque pur di far stare bene gli altri.
Io non ero più io.
Mi ero persa.
E ogni pezzo sparso che provavo a rimettere al suo posto non combaciava più. Mi ero trasformata in una versione di me che non riconoscevo, che non accettavo, e che non potevo lasciare così.
Mi sono accontentata delle briciole anche quando mi sbattevano in faccia che per lui non esistevo più, che non contavo più nulla nella sua vita.
Cancellata come un errore da non rifare.
Sostituita come se non fossi mai esistita.
E in tutto questo, l’odio non ha mai preso il sopravvento.
Sono rimasti i ricordi.
Gli attimi.
I profumi.
Le farfalle.
I cuori.
Il diciassette.
È rimasto il ricordo di una me innamorata.
Felice.
Ingenua.
Sognatrice.
Romantica.
Il ricordo di una versione di me che non tornerà più come prima, se non sotto forma di una me più razionale, più lucida, più consapevole.
Adesso ci sono io.
Trasformata.
Con ferite e traumi.
Con la paura di fidarmi.
Con la paura di mostrarmi.
Ci sono io, a fare i conti con una nuova versione di me stessa.
Diversa.
Ma ancora qui.
Una canzone che custodisco come memoria di quell’amore.

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