Mi chiedo spesso quale sia il mio posto nel mondo.
Chi sarà la persona che camminerà accanto a me fino alla vecchiaia, se avrò dei figli, se i miei sogni troveranno una forma reale o resteranno sospesi nell’aria come promesse mai dette.
Ho sempre creduto che l’amore fosse ovunque:
in un gesto, in uno sguardo, in un respiro trattenuto.
Eppure, a volte, siamo noi i primi a nasconderci dall’amore che ci circonda, per paura che possa ferirci, per l’illusione di poter controllare ciò che siamo.
Ma per quanto io cerchi una dimensione, un’emozione capace di farmi tremare l’anima, un luogo in cui non debba fuggire né indossare maschere per paura di essere giudicata o usata nelle mie fragilità, so che non smetterò mai di sognare.
Di guardare la vita con i miei occhi.
Di creare qualcosa che dia senso a ogni mio risveglio.
Di vivere così intensamente da non poterne fare a meno.
L’amore, però, non è semplice.
È comprensione.
È diventare due corpi che imparano a muoversi nello stesso spazio, due menti che provano a parlarsi senza ferirsi.
È saper guardare oltre, ridimensionare il mondo fuori per provare a costruirne uno nuovo insieme.
E allora mi domando:
Chi incontrerò?
Chi saprà guardare il mondo con i miei stessi occhi?
Chi non avrà paura di entrare nel mio caos?
Chi saprà leggere i miei silenzi, rispettare le mie solitudini, comprendere il mio modo di non chiedere mai?
Come si sceglie la persona per la vita?
Si dice che arrivi quando meno te lo aspetti, ma io credo che due anime, quando si riconoscono davvero, quando sentono di appartenersi, non abbiano altra scelta se non quella di tenersi per mano e camminare insieme.
E poi il “per sempre” — dicono — non esiste.
Gran cazzate.
Io, che ho sempre letto romanzi d’amore e sognato di essere una di quelle protagoniste complicate che si perdono e poi si ritrovano, che si scelgono nonostante tutto, ci credo ancora.
Ci ho sempre creduto.
Solo per un tratto della mia vita ho messo l’amore in pausa, scegliendo di dedicarmi a me stessa. Ma in quei momenti, quando mi concedevo di ricordare cosa volesse dire amare ed essere amata, il mio cuore piangeva in silenzio.
Ha accettato di anestetizzarsi.
Di proteggersi.
Di controllarsi.
Convinto che, prima o poi, il giorno in cui avrebbe ricominciato a sentire sarebbe arrivato senza bussare, invadendo ogni spazio costruito lontano dall’amore.
Eppure, quando guardo un film romantico o mi perdo tra le poesie, ci credo ancora. Le lacrime scendono senza chiedere permesso. È lì che mi spoglio davvero, che permetto alla razionalità di cedere, di essere fragile, di meritarselo. Di credere che sia possibile essere amate con la stessa intensità con cui si ama.
Mi sono accusata mille volte di non essere più quella di prima, di aver perso sensibilità, emozione, felicità.
Ho provato a frequentare altri ragazzi, ma non sono mai riuscita a lasciarmi andare. Avevo paura. Così controllavo ogni emozione, non lasciavo trapelare nulla. E quando il legame iniziava a farsi serio, trovavo scuse e tagliavo via tutto.
Per un po’ la superficialità mi ha protetta.
In altri momenti, invece, la solitudine urlava così forte da farmi desiderare disperatamente di innamorarmi ancora.
Alla fine sceglievo sempre me stessa.
I miei obiettivi.
Le persone che amo.
Lo sport, per zittire i pensieri.
Ma poi, la sera, nel letto, quel vuoto tornava a bussare. Batteva forte, ricordandomi che stavo scegliendo di restare sola.
Stavo scegliendo di privarmi dell’amore.
Così giovane, posso dire di aver amato solo due persone. In modo diverso.
Con uno ho aperto ogni porta. Mi sono mostrata senza difese. Mi ha vista davvero, senza giudizio, senza costringermi a scappare dai miei problemi o da ciò che era più grande di noi.
Pur non avendo vissuto ciò che avevo vissuto io, sapeva immedesimarsi, provava a coprire le mie ferite con piccoli gesti, come cerotti messi con cura.
Mi ha preso per mano e mi ha insegnato a crescere.
Eppure i traumi erano sempre lì, incisi sulla pelle, a condizionare il mio modo di vivere: le paure chiudevano strade, le insicurezze restavano legate a un dito, visibili solo nei miei modi di reagire.
Ma quell’amore che mi faceva tremare le gambe, il batticuore alle prime uscite, il naso finto rubato, le voci da bambini che esistevano solo tra noi… mi riempivano il cuore.
Il primo amore lascia segni indelebili.
Siamo cresciuti insieme, costruendo versioni alternative di noi stessi: sogni infranti e realizzati, una casa, un equilibrio, un cane.
E ciò che resta di noi è un bene senza misura.
Con l’altro ho lasciato che mi invadesse, pur cercando di restare lucida. Mi sono lasciata intenerire da carezze amare, dal suo modo di notare ogni dettaglio di me, ogni odore, ogni fase della mia femminilità.
È stato un amore travolgente, senza aspettative. Per un attimo ho creduto fossimo collegati da un filo invisibile. Gli ho consegnato tutto il buono che mi restava, quella parte che pensavo di riservare all’amore della mia vita.
Mi ha vista.
Ha tirato fuori una versione di me che sapeva esistesse.
Poi sono arrivati i traumi: la paura dell’abbandono, l’incertezza, il non essere scelta, il non sentirmi abbastanza, i tentativi di migliorarmi con continue ricadute, il corpo che parlava, il controllo che perdevo.
Sono diventata troppo piena per riuscire a reggere tutto.
Ma la verità è una sola:
nessuno dei due poteva salvarmi.
Toccava a me camminare da sola.
Trovare me stessa.
E il prezzo che ho pagato per aver amato mi ha resa più consapevole.
Consapevole che non amerò mai più allo stesso modo.

Lascia un commento