Senza misura

Mi chiedo spesso quale sia il mio posto nel mondo. Chi sarà la persona che camminerà accanto a me fino alla vecchiaia, se avrò dei figli, se i miei sogni troveranno una forma reale o resteranno sospesi nell’aria come promesse mai dette. Ho sempre creduto che l’amore fosse ovunque: in un gesto, in uno sguardo,…

Ciaoo!

Mi chiamo Mariapia La Manna e sono un’inguaribile romantica. Amo tutto ciò che si può creare, tutto ciò che mi suscita emozione. Non ho mai smesso di scrivere. Ho solo cambiato posto. Questo spazio nasce dopo un libro, ma non perché il libro sia finito. Diciassette farfalle blu è stato il mio modo di dire…

Dove eravamo rimasti?

Ma quando è successo?

Quando sono diventata adulta?

Mi ritrovo a parlare con persone più grandi di me, di argomenti che mai avrei pensato di affrontare — cosa mangiare a cena, quali prodotti per la casa comprare, quanto ho speso in un mese di bollette — eppure, a volte, il mio cervello si ferma in una dimensione in cui la me bambina esiste ancora.

Da quando io e il mio ex ci siamo lasciati avevo solo ventiquattro anni. Una direzione nella mia vita ancora non la conoscevo, avevo paura a dormire da sola e non pensavo a quante responsabilità ci fossero nel vivere da soli o, perlomeno, con una coinquilina.

Il giorno in cui ci lasciammo facemmo una lunga litigata. Le cose non andavano bene già da tempo. Io mi ero distaccata emotivamente ancora prima, tanto da non sentirmi più a casa. Poi ci sedemmo sul divano e ammettemmo a voce alta che era finita, che non ci amavamo più come prima, che i problemi che si erano creati non si potevano più risolvere: non ne avevamo più la forza.

Dopo aver buttato fuori urla, pianti isterici e sensi di colpa, ci guardammo come chi sa bene che da lì in poi le nostre strade si sarebbero separate; come chi sta perdendo un pezzo di vita, un amico su cui contare, un fratello. Scoppiammo in lacrime, abbracciandoci così forte da riuscire a malapena a distaccarci.

Poi ebbi un rifiuto totale. Mi feci una doccia, mi preparai velocemente e andai nell’unico posto dove nessuno andrebbe: il proprio lavoro.
Era l’unica certezza della mia vita in quel momento, le uniche persone che sapevo che, in un modo o nell’altro, riuscivano a comprendermi.

Piansi tutto il giorno, poi ebbi un momento di lucidità per affrontare uno di quei compleanni in cui la persona che doveva festeggiare era proprio la causa della mia rottura. Mi lasciai il giorno del compleanno dell’altro. Che cosa folle.

Dovetti tornare a vivere con mia madre, e rientrare nei panni da figlia fu la cosa più difficile che avessi fatto negli ultimi tempi: un piatto pronto quasi sempre, un letto rifatto, le mie cose sparse per casa, i miei vestiti usati da mia sorella, rispondere al messaggio “quando torni?” e rassicurare mia mamma sul fatto che stessi bene.

Dopo aver convissuto cinque anni nella mia totale autonomia, fare un passo indietro per me fu catastrofico.

Ma di una cosa ero certa: il giorno in cui chiamai mia madre e varcai la sua porta, le mie uniche parole furono:
«Un mese e me ne vado.»
Era l’unico pensiero concreto che avessi in testa in quel momento.

Guardavo mia madre ogni giorno con la delusione di chi sta per perdere ancora una volta la propria figlia. Ma io volevo essere libera di scegliere la mia vita senza dover dipendere da qualcuno. Ne avevo bisogno. Me lo meritavo.

Poi trovai casa. Un piccolo appartamento condiviso con un’altra ragazza. Una camera con un letto matrimoniale, un grande armadio e un bagno tutto mio con la vasca. Un posto strategico per avere la mia libertà.
L’unico dilemma che mi tormentava era: e adesso chi è questa ragazza?

La proprietaria mi disse il suo nome, cosa faceva nella vita, ma la paura di non trovarmi bene in una casa che non avevo costruito io, dove non avevo controllo, era dannatamente spaventosa.

Il giorno in cui mi diedero le chiavi riuscii ad andarci a vivere davvero solo una settimana dopo. Il cordone che mi legava alla mia famiglia era troppo stretto per scioglierlo un’altra volta, e i sensi di colpa per averle nuovamente “abbandonate” mi perseguitavano ogni giorno.

Ma io dovevo trovare la mia strada. E quella serenità che pretendevo, dovevo conquistarla da sola.

Mi misi un pigiama pulito, mi sedetti sul divano e non accesi la tv. Ero in quelle mura, sola, nel silenzio totale.

Ce l’avevo fatta.

Avevo combattuto una delle mie paure più grandi degli ultimi due anni: quella paura che il mio ex mi ripeteva ogni giorno — «tu senza di me non ce la fai».

Io senza di lui avevo una possibilità. Potevo vivere. Libera di scegliere, di costruire un rapporto con me stessa, indipendentemente da lui e da chi avessi accanto.

Eppure, per quanto mi fossi liberata di una delle certezze della mia vita — una di quelle che non avrei mai pensato potesse finire — non avrei mai immaginato che la mia strada si allontanasse così tanto dalla sua.

Nella mia vita, però, c’era anche l’altro: l’incertezza. Conosciuto da pochi anni, ma in qualche modo ancora accanto a me. Non so perché fosse entrato nella mia vita, né perché non se ne fosse andato come mi aspettavo. So solo che, inconsciamente, mi ha incoraggiata a credere in me stessa.

Credo che, in modi diversi, entrambi mi abbiano aiutata a tenere le spalle dritte, prendendosi cura delle parti più fragili di me e distruggendole lentamente, fino a lasciarmi in mano solo pezzetti sparsi, senza sapere dove rimetterli.

Se con uno avevo conosciuto l’amore adolescenziale, con l’altro avevo capito cosa significasse amare profondamente. In entrambi i casi erano simili: ciascuno con le proprie debolezze, travestiti da salvatori, mentre io imparavo a distinguere l’aiuto vero dall’illusione di chi vuole salvarti solo per sentirsi intero.

E con i loro modi, le loro insicurezze, le loro presunzioni, hanno riempito ogni parte del mio corpo, costruendo la versione peggiore di loro in un’unica forma.

La me di adesso.

Ma il viaggio è ancora lungo. La strada è piena di buche e il freddo continuo a sentirlo nelle ossa. Non è finita. Non c’è mai stata una vera fine.

Il viaggio della consapevolezza.


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